Nello sport, come nella vita, ci sono episodi che sanno di vero e proprio miracolo. Per questo non fanno fatica a diventare leggenda e a tradurre l’evento sportivo in vera e propria letteratura. Uno di questi è quella clamorosa salvezza di quella che verrà per sempre ricordata come la Lazio del meno nove, che iniziò il campionato di B proprio con la penalizzazione di nove punti per una vicenda di calcio scommesse.

Uno degli Angeli del meno nove è stato l’allora difensore centrale Angelo Gregucci, oggi allenatore dell’Alessandria in Serie C, dopo essere stato un fedelissimo di Roberto Mancini al Manchester City, all’Inter, allo Zenit San Pietroburgo e in Nazionale.

“Gregu” è appena ritornato a guidare i Grigi, dopo che nel 2016 era riuscito a portarli in semifinale di Coppa Italia contro il Milan. Davide contro Golia, con mezza Italia a tifare per i più deboli: un’altra pagina destinata a non essere mai dimenticata, da insegnare ai nostri figli per dire loro che il calcio non è solo business spietato, ma anche sentimento.

La Lazio della stagione 1986-’87

Per Gregucci quella salvezza al termine del campionato di serie B 1986-’87 “vale come uno scudetto solo per chi ha vissuto intensamente insieme a noi quel momento. Non eravamo una squadra eccelsa a livelllo tecnico. Erano tanti piccoli campioni di emotività, ma non per colpa nostra ma della gente. Il volano delle nostre prestazioni era il pubblico. Noi siamo arrivati terzi o quarti come incassi in Italia. Noi avevamo il pathos necessario per fare le prestazioni”.

Fascetti al termine di una partita all’Olimpico

Un’impresa incredibile che durante il percorso ha avuto non pochi momenti di difficoltà: “Siamo andati a fare gli spareggi a luglio con 35 gradi. Non fu uno scudetto ma la consacrazione di una squadra aggrappata ai sacrifici. La storia si salva con la sofferenza e quando il campionato ci stava portando al riparo, noi con due-tre risultati sbagliati siamo tornati in zona retrocessione. Ci siamo rilassati troppo e siamo ripiombati sotto. Non avevamo una squadra eccelsa, ma campioni dal punto di vista emotivo. I nostri anziani sono stati guide per noi. Il nostro allenatore idem”.

Giuliano Fiorini

Fu dalle parole del burbero Eugenio Fascetti – che disse di volere solamente giocatori motivati – che nacque quella Lazio, come racconta in un aneddoto lo stesso Gregucci: “Fascetti intendeva dire che gli servivano non dei giocatori ma dei guerrieri per combattere fino all’ultimo. C’erano giocatori che venivano dal Milan e dalla Juventus. La Lazio era retrocessa d’ufficio, Fascetti voleva un messaggio di coesione. Ci siamo riuniti sotto un sottoscala a Gubbio. Anche lui aveva un discreto mercato da allenatore e ci disse ‘io ho bisogno degli uomini, rispetto le vostre scelte ma chi vuole restare deve sapere di combattere, chi non se la sente… quella è la porta’. Io guardavo la faccia dei più esperti e vedevo coesione negli occhi. Nessuno aveva battuto ciglio, in un sottoscala abbiamo capito di essere una squadra. Nessuno di noi abbandonò la squadra e siamo rimasti a combattere per la causa. Era diventato un ideale da mantenere. Non sono stato la pietra miliare della scelta, ero giovane e venivo dalla Serie C. Quando sei su una nave e stai remando, anche se sei in difficoltà e vedi il timoniere fare finta di nulla, tu continui a remare”.

Così è stato fino all’ultimo secondo dello spareggio con il Campobasso, con Mimmo Caso (foto a fianco) e compagni che sono sempre stati convinti di farcela. Il popolo laziale dava loro spinta, pressione, paura, ansia. Ma nel momento che i giocatori scendevano in campo erano in dodici. Fu proprio il tifo a condizionare in maniera fondamentale le prestazioni della squadra. Il popolo laziale dopo la retrocessione in Serie C (poi evitata con la penalizzazione di nove punti) reagì con orgoglio. Tutti in strada a manifestare per salvare la propria passione sportiva. Poi ci fu speranza, poi consapevolezza.

I tifosi della Lazio nella curva del San Paolo durante gli spareggi

“Questi sono i nostri giocatori, anche sconosciuti, dobbiamo sostenerli” si sentiva dire. Ancora Gregucci: “La gente era decisiva, viveva le nostre emozioni. La partita con il Vicenza all’ultima di campionato, dal punto di vista emotivo è stata una partita talmente forte che io al gol di Fiorini non ricordo un boato così fragoroso in un campo di calcio. Quel boato lì posso ricordamelo. È fra i primi tre boati della storia della Lazio”.

Fascetti tra Acerbis e Gregucci al termine dello spareggio Lazio-Campobasso al San Paolo

Un controsenso incredibile se si considera che un pubblico come quello non si è visto nemmeno nelle notti di Champions: “Lo stadio era stracolmo. Vedendo Lazio-Real Madrid di Champions League io mi sono chiesto che fine avessero fatto i sesantasettemila di Lazio-Vicenza”.

Mario Bocchio