Non cerca alibi quando è il momento di fare l’inventario di una carriera. Pronto a tirarne fuori tutti i passaggi cruciali, molti dolorosi. Ancora perdutamente innamorato del calcio, anche se non lo dice. Perché è fatto così. La sua storia apparentemente è solo un patchwork di maglie, città, partite, promozioni e retrocessioni, compagni di squadra e avversari, allenatori italiani e stranieri. Un piccolo album di figurine senza tempo. Solo questo. Apparentemente.

Messina

E’ alto come un ufficiale dei cosacchi, ma è siciliano. Una famiglia come tante, suo padre fa l’agente editoriale. L’album Panini dice che Giorgio Ferrara è alto un metro e settantotto. Poi se ne accorgono e rettificano: un metro e ottantuno. Gioca in serie C nel Messina, la sua città e ha solo diciotto anni. E’ un esterno d’attacco che, a dispetto della stazza, punta l’uomo e lo salta secco con un dribbling leggiadro, quasi sfrontato. Svariando da destra a sinistra, imprendibile come un ghepardo. Poi sulle palle alte, ovviamente, se la batte con chiunque. Ma quell’anno il suo talento si dispiega in una squadra scarburata, inferiore per numero e per mezzi, che alla dodicesima è ultima con tre punti, ha già cambiato allenatore e ha il campo squalificato per cinque giornate. A novembre arrivano i rinforzi e Giorgio Ferrara rischia di essere confinato al ruolo di ragazzo spazzola. Invece si capisce subito che metterlo da parte è impossibile. E resta accanto all’esperto Mammì. Dei due però, chi segna di più è il ragazzino. E senza rigori. Qualcuno ha già preso nota. Primo gol a Trapani, 19 novembre 1972: “Me l’ha data Tripepi in mezzo a due difensori. Ho anticipato il portiere in velocità e di punta l’ho messa dentro”. Poi è stato toccato duro ed è in dubbio per domenica. Niente, lui stringe i denti e parte per Coverciano perché lo ha chiamato Azeglio Vicini per la Nazionale juniores. C’è la partitella : si ritrova in campo con Patrizio Sala del Monza, Pecci del Bologna e Desolati della Fiorentina. Lui gioca coi ‘verdi’ e vince 2-1, segnando un gol splendido a Pionetti. Lo chiamano anche per la Nazionale di serie C. Altra partenza stavolta per Napoli, stanza nell’albergo Sant’Elmo. C’è anche Roccotelli del Barletta. Giocano allo stadio del Vomero: doppietta. “Io non ho mai giocato per i soldi. Quelli vengono dopo”.

A Chieti, il Messina perde la sua dodicesima partita su ventuno. Lo fanno giocare addirittura mezzala e alla fine l’allenatore del Chieti dichiara : ”Giorgio Ferrara è un elemento di serie superiore”. Il tecnico in questione si chiama Antonio Valentin Angelillo. Si rincontreranno. Ai primi di marzo , Giorgio Ferrara sparisce. E’ un martedì. Agli allenamenti del Celeste manca solo lui. Si viene a sapere che è in permesso per motivi familiari. In realtà è a fare un provino alla Fiorentina. “Sono orgoglioso di essere siciliano”. Quando torna , è la svolta: quattro partite e tre vittorie. Si va a Lecce, è il migliore in campo . Diciotto anni e fa reparto da solo . Al ventiduesimo del secondo tempo parte dalla tre quarti, ne salta due e inchioda il portiere con il lob . Tra quelli che provano inutilmente a fermarlo c’è il miglior libero della categoria, Salvatore Di Somma. Si rincontreranno. Si torna al Celeste, ancora il Trapani. De Maria lo serve sulla destra. Lui fa tutto da solo, salta il portiere e con la porta spalancata , preferisce appoggiare per il gol di Pittofrati. Che gli restituisce il favore a un quarto d’ora dalla fine: 3-0 . Viene giudicato il miglior giovane della serie C. La salvezza, intanto, è a un solo punto. “Giocavo per la mia città, per i miei tifosi. Avevo tanto entusiasmo. E gli anziani mi trattavano alla pari, un bel gruppo ”. Il 20 maggio fa doppietta a Salerno in venti minuti: prima ruba palla e infila il portiere ancora con un pallonetto. Poi resiste alla carica , girandosi col sinistro dal basso in alto. Da centravanti di razza. Nella Salernitana in attacco gioca un altro giovane di prospettiva. Un certo Antonio Capone, che quel giorno rimane all’asciutto. Si rincontreranno. Lui si batte fino all’ultimo. E si congeda dalla sua città con lo scalpo di un avversario , la Turris. E’ scatenato: quattro palle gol in ventidue minuti . Alla fine se la incolla al piede e fa palo-rete. Non basta: “Ho pianto e non mi è più capitato nel calcio. Poi solo quando sono nati i miei tre figli”.

Il Bologna ai tempi di Giorgi

Senatore

Non lo cerca solo la Fiorentina. Il 27 giugno dall’ Hilton di Milano rimbalza la notizia che Giorgio Ferrara è andato al Bologna. Cento milioni. Lo seguivano da tempo: “Quasi non volevo andare. Non volevo lasciare la mia città anche se si trattava di fare la serie D. Il più contento era mio padre. Poi mi sono reso conto che ho fatto bene ad andar via”. In una partita tra le riserve del Bologna e quelle del Piacenza segna una quaterna. In tribuna c’è Moschino, l’allenatore della Reggina. E’ lì per prendere Oriano Grop, ma cambia idea al volo: Giorgio Ferrara va a Reggio Calabria in prestito : “All’esordio in serie B ero molto emozionato. Mi sembrava di giocare col calore dei tifosi messinesi”. Curiosamente quando entra lui, l’attacco della Reggina interrompe ottocentoquarantatrè minuti di digiuno. Quasi dieci partite: l’effetto collaterale sarà la retrocessione per differenza reti. Nel girone di ritorno lo mettono sempre dentro quando la partita è compromessa. O addirittura quando a tre dalla fine servono altrettante vittorie. E le prime due arrivano, lui il vero trascinatore. A Perugia becca il cartellino giallo per un’entrata a gamba tesa su Baiardo.

La Reggina 1973-’74

Il mercoledì gli recapitano la squalifica per una giornata, l’ultima. Che non serve più. Può tornare a Bologna per giocare in serie A. “Ricordo gli esercizi di tecnica con Cervellati, che mi ha insegnato anche come comportarmi. In campionato partiamo forte. Eravamo secondi o terzi. Io nelle partitelle facevo la differenza. E Pesaola, tra una mano a carte e l’altra, mi apprezzava. Infatti mi mette dentro già alla sesta giornata: Vicenza-Bologna”. Buso, Roversi, Cresci, Battisodo, Bellugi, Maselli, Ghetti, Pecci, Savoldi, Massimelli, Ferrara. Decide il signor Savoldi , si vince 1-0 e si va anche in testa alla classifica. Non per questo è uno degli snodi della sua carriera: “Al venticinquesimo del secondo tempo mi sono strappato. Ho perso due mesi”. “Non era facile rientrare in forma. E uno dei senatori della squadra inizia a punzecchiarmi. Sembrava finire lì. Poi si rivolge di nuovo a me ostentatamente: ‘Lui è uno del Sud’ . E mi dà del terrone . Ho reagito. Ce le siamo date. Da quel giorno però nessuno mi ha più toccato . Avevo pestato i piedi a un grosso calibro e Pesaola si è fatto influenzare. Quando mi ripresenta con l’Ascoli, vado subito a segno”. Gol in serie A, ma alla seconda presenza. La domenica successiva al San Paolo di Napoli prova a marcarlo Punziano, ma si perde per strada. “Il campionato è finito e sono in formissima. Un’altra svolta: in una partitella infrasettimanale mi fanno un’entrataccia e perdo altri dieci giorni. Saltando le partite di Coppa Italia contro Juve e Milan”.

All’Avellino, sulle figurine Panini

Gioca un secondo tempo a San Siro, Inter – Bologna: “Faccio gol a cinque minuti dalla fine, vinciamo 1-0 . Ma capisco che farò ancora panchina. Dico alla società che voglio giocare e stavolta vado al Brescia. Qui, grazie a mister Angelillo, ho potuto affinare la tecnica”. In attacco Giorgio gioca con un altro giovanissimo, Alessandro Altobelli. Dietro poi c’è Evaristo Beccalossi, coi suoi tre o quattro che provano a fermarlo. Squadra dall’età media bassissima che nessuno ricorda più. Anche perchè sfiora soltanto la promozione in A.

Serie A

Finisce all’Avellino e trova un tecnico d’avanguardia. “Corrado Viciani , il 4-4-2 e la zona. Per me è stato il primo a farla in Italia. E in vita mia non mi sono mai allenato tanto. Ma Viciani non era solo maniacale. Scherzava. Gli piaceva stare a capotavola dondolandosi sulla sedia. Poi una volta si è schiantato”. Nei primi mesi Giorgio fa la spola da Roma perché è militare : “Lì c’era il mio amico Massimo Palanca. E Fontolan, lo stopper che mi massacrava nelle partitelle del mercoledì”.

L’Avellino di Viciani

Mister Viciani gli concede solo spezzoni: “Diceva sempre ‘Non parti dall’inizio: dovrei vederti tutti i giorni’. Poi sono entrato in pianta stabile in coppia con Antonio Capone. A fine stagione mi vuole la Roma, ma Capone viene ceduto al Napoli: i tifosi pongono il veto e rimango ad Avellino”. La squadra viene rifondata. L’obiettivo è risanare il bilancio. Dietro arrivano i corazzieri Di Somma e Cattaneo. In mezzo al campo, accanto al magistero di Adriano Lombardi, ci sono i cursori: “C’era Galasso, il comunista. Ma quello che correva più di tutti era Ceccarelli. L’ho rivisto e gli ho chiesto che fine abbia fatto Montesi: non lo sa nessuno”. La partenza è pazzesca. Anche due vittorie fuori casa. “Andavo spesso al cinema, mai a ballare. In stanza ero con Giorgio Boscolo. Lui mi copriva sempre nelle uscite e io ricambiavo quando potevo. E poi ad Avellino, quando un calciatore si trovava anche a cinque metri da una donna, apriti cielo”. Contro il Catanzaro è scontro diretto: Giorgio Ferrara si porta a spasso Groppi per tutto il tempo. Alla mezz’ora, lancio profondo di Montesi, lui va via ai soliti due e crossa radente dal fondo per il gol a volo di Chiarenza. L’Avellino è il solo a tenere il passo dell’Ascoli. Intanto il presidente Japicca si rende conto che per fare la A servono ben altri mezzi. La gente prima assiste impotente al crollo della squadra, poi chiede conto. E vigila ventiquattrore su ventiquattro: la sede viene circondata.

L’Avellino 1976-’77

Con un sussulto si rimane in zona promozione. Poi un giovedì, la squadra minaccia lo sciopero per delle spettanze arretrate. Giorgio Ferrara è uno di quelli che pensa solo al campo: “In fondo Japicca era un presidente generoso. Fino a quel momento avevo giocato, ma con la pubalgia. In primavera stavo entrando in forma. Tre giorni dopo, andiamo a Palermo: segno un gol su un’azione personale”. I suoi compagni però ne hanno già presi quattro. A fine partita succede qualcosa: “Avevamo appena perso 4-1, ma nello spogliatoio mister Carosi prende la parola: ‘Noi andremo in serie A’ . Per me Carosi è stato un secondo padre“.   A sostegno del suo ottuso ottimismo c’è subito un doppio turno in casa. “Battiamo prima il Varese: rigore provocato e assist”. E il 30 aprile c’è il Cesena . La giornata più incredibile della sua vita. “In tribuna ci sono la mia fidanzata di allora e i miei genitori, che non venivano quasi mai”. Nel primo tempo Giorgio Ferrara va in gol, ma Pieri lo annulla per un fallo di Marco Piga. Il Cesena va sul 2-0, forse è più sereno. Ora anche la terza piazza sembra persa. Carosi mette dentro un’altra punta. A un quarto d’ora dalla fine, Giorgio Ferrara accorcia le distanze di testa su assist di Tacchi. Il Cesena è sotto assedio, qualcuno salva sulla linea . “Quattro minuti dopo finisce il mio campionato”. Si rompe qualcosa, ma non è un infortunio. E’ qualcosa dentro. Se ne accorge quando ha già colpito: “Un mio compagno subisce un fallaccio da un avversario. Io reagisco a gioco fermo. E gli mollo un calcione”. Nel posto sbagliato al momento sbagliato. E senza neanche un presagio. “L’arbitro ovviamente mi caccia. Subito mister Carosi si avvicina: ‘Hai fatto una cazzata’ . Mi dà anche uno scappellotto. Penso che, se non ci fossero stati in tribuna i miei genitori e la mia ragazza, non avrei reagito”.

La Spal 1979-’80

Gli costa tre giornate, ma non entrerà più. Si è scoperto vulnerabile troppo tardi. E ci teneva tantissimo. Oggi, dopo quarant’anni, pensa ancora a quella reazione e a quell’uscita dal campo. Come un paesaggio fisso nella mente : “Mi sono giocato così la serie A. Certo, la promozione è anche mia , ma non come avrei voluto. Facciamo una tournèe in Canada e segno ancora. Ma avevano deciso di cedermi. Mi volevano Cagliari e Rimini. Io scelgo Cagliari per puntare alla serie A, ma vado al Rimini”.

In piedi

Trova una squadra alla fine di un ciclo: “Segnavo, ma quasi solo io. E vivevo in albergo. Per due mesi è venuto ad allenarci Helenio Herrera. Ci ha fatto morire con quelle corse in salita. Ma più che una salita, era una parete”. Va alla Spal . E’ la nona squadra in otto anni. E forse inizia a sentire l’esigenza di fermarsi, di trovare un punto fermo. Sceglie una città che ha il suo stesso cognome, ma non c’entra nulla. C’entra invece una donna. In casa col Lecce, doppietta. Il secondo, dopo finte e controfinte. La difesa sbanda. Anche il portiere Nardin è inebriato e la palla passa. Un altro suo gol viene premiato dal Guerin Sportivo : “Che squadra con Tagliaferri e Criscimanni in mezzo. Poi col Genoa mi marca Sebino Nela, ma non ce la fa. Sul più bello mi rompo il menisco. Al rientro non ero più lo stesso”. E parte il solito refrain: ci sarebbero le donnine a distrarlo : “Un comodo pretesto. Io ero fidanzato con la donna che sarebbe diventata mia moglie”. Passa al Francavilla, una squadra di serie C che gli offre una cifra spropositata : “Ho fatto una cazzata. Stagione pessima, non credeva più nessuno in me”. La seconda possibilità a San Benedetto del Tronto.

La Samb ai tempi di Ferrara

“Cittadina stupenda con quel lungomare. E una grande squadra con Zenga in porta, Ranieri in mezzo al campo. Facevamo il pressing a tutto campo”. Mette in riga tutti Nedo Sonetti: “E guai a chi sgarrava, ti attaccava al muro”.  Qualcuno lo vede in disarmo. Ma Giorgio Ferrara ha ventisette anni e mezzo. Il mondo piccolo della serie C2 non gli sta stretto, anzi : “A La Spezia giocavamo a zona. La gente mi chiedeva l’autografo e poi : ‘Ma tu come fai a giocare in C2 ?’  ‘Io mi diverto’ “. Un giorno c’è Casale-Spezia. Lui è in panchina. Il capitano chiama il mister: ‘Facciamo entrare Giorgio’. “Io scarto un avversario e da trenta metri la metto all’incrocio. Punto decisivo contro una diretta concorrente. Poi un rigore provocato e un gol di testa in un 2-2 col Derthona. Sempre in rimonta. Ci siamo salvati con novanta minuti di anticipo”. L’atterraggio morbido è Suzzara , ma è Interregionale : “Faccio il provino e segno quattro gol. Il presidente è pieno di soldi”. Accetta e poi è a meno di un’ora di macchina. E’ la domenica pomeriggio del 20 aprile 1986: anche stavolta Giorgio Ferrara finisce il campionato con largo anticipo. Ma solo perché lo stravince, dodici punti di vantaggio sulla seconda. Attacco a mitraglia, lui va in doppia cifra. “E giocando esterno”.

La Samb 1981-’82

Deve salutare, ancora ragioni anagrafiche : “Un giorno mi invitano a Suzzara a vedere una partita di C2. Entro dal lato basso della tribuna. Tutto lo stadio si alza in piedi e mi tributa un applauso. Non l’ho più dimenticato”. Dei vent’anni di carriera ha capito cosa va custodito gelosamente: i rapporti umani . Con Boscolo, Palanca, Zenga e tanti altri. Con i tifosi che lo fermano per strada : “Mi sono sempre guadagnato il rispetto di tutti. Forse per il mio modo di comportarmi”. E per quelli che sembrano dettagli, ma non lo sono. “Un giorno ero in albergo a Rimini. Mi arriva una telefonata. Ricordo ancora perfettamente le parole : ‘Senta, lei sarebbe disposto a vendere una partita ? ‘. L’ho mandato affanculo”.

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it