E’ il 22 dicembre 1974 . Stadio di Gzira, a Malta. Sono le 14,30 ora locale. E si gioca Malta – Germania, per le qualificazioni all’Europeo 1976 . Malta in casa non è sempre un cliente facile . La formazione tedesca è: Nigbur, Vogts, Dietz, Körbel, Beckenbauer, Bonhof, Cullmann, Pirrung, Kostedde, Flohe, Hölzenbein. C’è qualcosa però che rende unica questa partita, finita 1-0 per gli ospiti con gol di Cullmann su rimpallo.  Non è il terreno di gioco polveroso, senz’altro insolito. Non è nemmeno la formazione tedesca campione del mondo e d’Europa, che è rabberciata, quasi contaminata dopo la fermata ai box degli Overath e Gerd Müller, onusti di gloria. Anche se per qualcuno proprio di una contaminazione si tratta. E’ infatti la prima partita di un giocatore di colore con la maglia della nazionale tedesca: quel giorno Helmut Schön ha infatti deciso di schierare come centravanti Erwin Kostedde , bomber dei Kickers Offenbach.

Il mulatto Erwin Kostedde sembra non crederci. ”Ero orgoglioso di essere un giocatore della Nazionale. E di esserne il primo giocatore di colore. Volevo dimostrarlo a me stesso. Ero giovane. E giocavo come un giovane dio. Spesso sono stato al punto di rassegnarmi. Mi dicevo ‘ sei solo un ibrido che la gente non vuole ‘. Il mio dilemma era : sono bianco o nero? ”.

1974, la Germania Ovest di Kostedde a Malta

Prima di partire con la squadra, a Baden-Baden, un anziano poliziotto si avvicina, gli dà la mano e si mette a piangere: è felice della sua convocazione in nazionale. Erwin non lo dimenticherà più. I giornali tedeschi parlano di una fiaba di Natale moderna. Poi, sbarcato a Malta, la solita battuta razzista di qualcuno: “Cosa vuoi? Essere un tedesco?”. Era un giornalista. A difendere Erwin ci sono soprattutto Jupp Derwall, vice di Schön e il suo capitano, Franz Beckenbauer .

Kostedde allo Gzira Stadium di Malta

Il cognome Kostedde a molti non dirà nulla. Certo, non sarà mai tra le risposte delle parole crociate. Tra l’altro ha un fisico da rosticciere, più che da atleta: un metro e settantasette per ottantadue chili. Ma vede benissimo la porta e tratta con molta cura la palla. “Non sono veloce, ma per essere un grande realizzatore bisogna avere una velocità mentale superiore ”. In Germania proprio quell’anno è stato premiato per il gol più bello. Nello splendido Kickers Offenbach – Borussia M’Gladbach 4-3 ( in rimonta ) c’è un cross lungo dalla sinistra. Lui, dal limite, la accarezza col petto e gira al volo col mancino sul palo lontano. Diciotto gol alla fine del campionato.  Adesso Erwin è quasi finito sul lastrico.

Nella Germania Ovest contro la Grecia

“Eppure avevo guadagnato molto”. Raccontando aneddoti al pub, racimola ancora qualcosa. “Dai Erwin, raccontaci ancora quella volta che hai mandato a quel paese Rehhagel . O di quando hai giocato a Wembley”. Nella Mannschaft, dopo Malta, ne gioca infatti altre due. Inghilterra-Germania, centomila a guardarlo. Poi quella decisiva a Dusseldorf per la qualificazione contro la temibile Grecia. Prima Erwin sfiora il gol di testa. Poi fa da sponda col tacco a Netzer, che lancia Heynckes. La Germania si qualifica con un docile 1-1. E’ l’ultima partita in Nazionale di Erwin: “Se non ci fosse stato Gerd Müller, avrei fatto più di tre presenze”.  

Con Günter Netzer

Aveva vinto la classifica dei cannonieri in Belgio con lo Standard Liegi e tre scudetti. Gli guardava le spalle il superportiere Christian Piot. Qualcuno a Liegi aveva inventato il suo soprannome: Bomber marrone : “Anche se nessuno mi ha mai chiesto se mi piace”. Lui in fondo si sentiva apprezzato: “Liegi è una piccola Parigi. Avevano così tanti africani dalle loro colonie. Volevano farmi diventare belga e portarmi ai mondiali”. Ma lui voleva fortissimamente giocare nella Nazionale tedesca. Anche se gli davano del pazzo. E ce l’ha fatta.

La sua classe

Le sue medie realizzative sono impressionanti. Segna ottanta gol in centoventinove partite coi Kickers Offenbach. Memorabile un cappotto al Bayern Monaco,  6-0 con il suo sigillo di testa. Più facile se hai alle spalle “Siggi” Held (che ha fatto impazzire gli azzurri all’Azteca). Nonostante abbia cambiato squadre, tecnici e latitudini, non ha mai sofferto di assuefazione al gol. Ne ha patito un’altra. Gli anni a Liegi sono scivolati entrando e uscendo dalle aree di rigore come dalle cliniche per alcolisti. “Non voglio più lavorare ma solo stare al bancone del bar a ubriacarmi”.

Con la maglia dell’Herta Berlino

Chi volesse identificare Erwin Kostedde con la maglia di una sola squadra, non potrebbe: ne cambia undici in sedici anni. E probabilmente il suo girovagare ha a che fare con quell’infanzia schiacciata in mezzo ai bianchi e col suo carattere allegro e litigioso. Diventa quindi più comodo assimilarlo alla bottiglia. Una dipendenza che lo illudeva di ricavarne la libertà. L’unico modo per dimenticare il colore della pelle. In fondo Erwin crede sia meglio finire ai margini per una scelta autonoma come l’alcol, che per un pregiudizio.

Nel Borussia Dortmund

Crescere è molto faticoso nella Ruhr del dopoguerra, se sei il figlio di una notte di passione tra una ragazza del popolo e un soldato americano di colore. Per molti bambini era difficile giocare con Erwin: ovviamente lo vietavano i genitori. “Eravamo tre figli dell’occupazione nel paese . Uno è morto annegato. Un altro è morto cadendo da un camion. Io avevo paura, pensavo a una maledizione”. Il calcio ritaglia l’ unica strada. Al negozio nessuno vuole servirlo. Il meccanico si rifiuta di riparargli la macchina. Al Duisburg lo chiamano “nuovo Pelè”. “Non so perché. Forse alla stampa non è venuto in mente nient’altro”. Vorrebbe andare a giocare negli Stati Uniti. Chissà come mai. Litiga con l’allenatore e scappa in Olanda senza passaporto . Nonostante gol a ripetizione, alcuni suoi tifosi dell’Offenbach gli urlano “ciccione negro”. E i tifosi rivali dell’Eintracht rispondono con “Kickers , la squadra con dieci froci e un negro”. Poi si gioca Offenbach-Eintracht e lui fa tripletta.

Protagonista nel campionato francese

Ha capito che “ci sono sempre degli idioti da qualche parte”. Non ce la fa più: passa all’Hertha Berlino. Continua a segnare al Borussia Dortmund, ma non gli basta: va dall’allenatore e chiede di schierarlo solo in trasferta. Torna a Liegi. Pensa di chiudere le valigie per l’ultima volta e di aprire un piccolo albergo. Ma sbaglia. La stagione ’79 – ’80 va in Francia al Laval . Arriva ad agosto, nove chili sopra il peso forma. Ride di gusto della sua pancia rotonda: “Sono le mie ossa grandi e forti”.

In acrobazia nello Standard Liegi

E non conosce una parola di francese. Ma lavora duro ed a settembre è già pronto. Il 6 ottobre infila una tripletta al Nimes . Diventa “monsieur but”, l’uomo-gol idolo della tifoseria. Sua moglie non ha approvato il trasferimento in Francia ed Erwin si annoia da solo, rinchiuso nella banlieue. Decide di tornare in Germania e di allenarsi praticamente da solo. Alla vigilia delle partite deve passare la frontiera per raggiungere i compagni del Laval. E al novantesimo torna a casa guidando per 980 chilometri.

Alla fine del campionato è lassù, in cima alla classifica dei cannonieri. Davanti a tutti, anche ai signori Michel Platini e Johnny Rep. Erwin ha trentatrè anni. Promette di smettere col calcio, ma non ci crede nemmeno lui e va al Werder Brema. Qui finalmente si allena col gruppo e, tanto per cambiare, segna. Promozione in Bundesliga al primo colpo. “Con noi Kostedde non ha più bisogno di correre. Basta che metta il suo culo in area di rigore e segna ancora”. Chiude con palate di gol nell’Osnabruck. E col ginocchio in pezzi. Lasciato il calcio, ha subito qualcosa da fare. Trova la forza per andare negli Stati Uniti a cercare suo padre. Lo racconta a pochissimi. Seneca diceva che “I dolori leggeri concedono di parlare, i grandi dolori rendono muti”. Non sa né il nome , né la città ed è una delle poche volte in cui si arrende.

Nel 1990 il colore della pelle gli costa quasi un anno di carcere: viene accusato di furto in una sala giochi. Nessuno lo va a trovare. Tranne Willi Lippens, l’olandese. Un ex-compagno del Borussia Dortmund soprannominato “Anatra”. E’ un incredibile scambio di persona ed Erwin torna a casa con tante scuse (e tremila marchi di risarcimento). Prova a fare l’allenatore ma c’è un problema: “non sono un duro, sono troppo amico dei calciatori”. Un (presunto) mediatore finanziario gli ha portato via quasi tutti i risparmi. “Ero uno strano tipo di uccello. Non avevo idea dei soldi, avevo solo il calcio in testa. E si è vendicato”. Non è vero, ma è comodo crederci. La televisione tedesca ARD gli dedica un lungometraggio che fa il giro dei festival d’avanguardia. In fondo, Erwin Kostedde può funzionare, è figura archetipica, quasi un George Best della Westfalia. C’è invece una vaga assonanza fisica e tecnica con Gerd Müller. Il destino, che li accomuna in area di rigore, li inchioda anche alla stessa bottiglia. Ma proprio qui le due strade si dividono definitivamente. Perchè Gerd verrà sempre aiutato dagli ex-compagni del Bayern. Quasi sospinto fuori dal tunnel. Erwin no. E non gl’ importa.

Ai giorni nostri

Se la caverà. Nonostante la parentesi a Laval, Monique gli sta accanto da quasi cinquant’anni. Una donna forte come uno stopper della Bundesliga. Lui ha smesso di delegare all’alcol ed è ripartito . Durante la grande kermesse del mondiale 2006 sono tutti invitati . Lui no: continua a guidare il pullmino dei disabili. Sorride e si accontenta del posto di lavoro che gli hanno procurato i servizi sociali. Giocava accanto a Beckenbauer e Vogts, Maier e Breitner, ma nessuno lo chiama per il rito delle comparsate in televisione. Per uno spot. Per uno sponsor party. “Quando li vedo, provo invidia e tristezza pensando a come è andata la loro vita e a come invece è andata la mia” . Preferisce comunque sentirsi dimenticato più che compatito. E si gode la casa in campagna .  A due passi da lì, a Badelberg, gli hanno addirittura intitolato un torneo estivo per dilettanti. “Talvolta parlo con mia moglie di come sarebbe stata se non fossi diventato un calciatore : un mestiere o la mattina in ufficio e la sera a casa. Forse sarebbe stato meglio per me e la mia famiglia . Comunque non mi manca nulla. Il calcio continuo a seguirlo anche se non vado più allo stadio da 3 o 4 anni”.

Rimpiange addirittura i razzisti di una volta. Oggi le persone di colore sono tantissime in Germania, ma Erwin dice che per loro non è cambiato nulla. Anzi è peggio. Nonostante Asamoah e tutti gli altri. Dell’ex-centravanti della Nazionale non ricorda più niente nessuno. La memoria collettiva è in preda a una potente sbornia e i populisti (ci) marciano. “ Oggi i ragazzi non mi riconoscono più . Aspetto con il carrello al supermercato e un ragazzo dice ‘ Guarda cosa possono permettersi i richiedenti asilo’ “. Stavolta gli risponde “Guarda che sono un tedesco. Sono nato qui a Munster, nel 1946”. Sconvolgendo le false certezze dei benpensanti allevati dai social. “Mi sono sempre visto bianco e nero allo stesso tempo . Il razzismo è sempre lo stesso e forse ora è ancora più violento. Almeno quando giocavo io, ci si limitava solo alle offese”.  

Con la moglie Monika

Erwin sa che possiamo scegliere la nostra causa, ma non il nostro nemico. La delusione più grande rischia di essere suo figlio, che è un estremista di destra. Di quelli già noti alle forze dell’ordine, come si usa dire. Alla fine trova un lavoro e papà Erwin è più sereno. Poi qualcuno lo ferma e gli chiede un autografo: “E’ incredibile”.

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it