“Avevo un debole per il tunnel. Lo feci anche a Ruud Krol, per vincere una scommessa. Avevo 35 anni e giocavo a Grosseto . Se dovessi scendere in campo oggi, tutti dovrebbero tapparsi le orecchie. Altrimenti il pallone lo farei passare anche da lì “. E’ figlio di un operaio friulano. La guerra è appena finita. “Da bambino trascorrevo i pomeriggi nel cortile di casa ad inseguire il pallone. Giocavo scalzo o con le pezze che avvolgevano i piedi”. Anche se lui consuma soprattutto quelle del piede sinistro. E poi suo padre non fa che ripetergli: “I calciatori mancini sono quelli che calciano la palla meglio di tutti”.

L’arrivo alla Lazio

Prima nella squadra del paese, si chiama Sandanielese . “Poi nelle giovanili dell’Udinese nel 1960”. E vince il Campionato Primavera della cadetteria. “Il mio primo allenatore Gigi Comuzzi mi prendeva a calci se non passavo la palla” . Perché è più forte di lui: Arrigo Dolso adora tenerla con sé, accarezzarla, provare il dribbling . E , se riesce, provarne un altro.

Nella stagione 1965 – ’66 entra alla quarta giornata e non esce più. Anche perché dà la palla più spesso. Vince il premio del Guerin Sportivo come miglior giovane della categoria. Lo vogliono in tanti . ”Nel ’66 mi acquista la Lazio, pagando una bella somma, 95 milioni”.

DOLCE VITA

All’arrivo a Roma è frastornato. Appuntamento il 2 agosto a Tor di Quinto. Poi si parte tutti per il ritiro di Montefiascone agli ordini di Umberto Mannocci. Sembra imbarazzato: “Sono contento, molto contento, molto contento, veramente felice … Ho saputo del mio passaggio alla Lazio a Palmanova, dove mi aveva convocato il presidente dell’Udinese. Sono subito partito per Roma per definire l’accordo ”. La prima sera a Roma si è già perso. Tira fino all’alba. “Roma era quella della Dolce Vita e di Pasolini”.

Dolso, insieme a Cei, con la Coppa dell’Amicizia vinta, battendo la Roma per 1 a 0, l’11 settembre 1966

In ritiro stanza a tre con altri due giovani promettenti, Di Pucchio e Burlando . Fanno la riverenza: “Avremmo dormito anche a terra”. Con quelle finte e quei tocchi no-look, Arrigo Dolso manda già i tifosi in estasi. Anche se parla poco. In tutto il ritiro si sono contate, più o meno, cinquanta parole. Gli anziani Zanetti e Dotti cercano di farlo scoprire, ma non gli interessa quello che accade intorno. Si apre solo in campo. Poi appena può, si barrica nella sua stanza ad ascoltare dischi. Come fosse la sua isola. “Sono centrocampista nato , ho sempre giocato in quel ruolo. Mi piace la battaglia e non mi tiro mai indietro. Chissà se riuscirò a conquistarmi il posto in squadra. E’ già una fortuna essere a Roma in una grande società come la Lazio . E poi Mannocci è uno che sa valorizzare i giovani. Io comunque faccio la riserva. Almeno credo di essere stato acquistato per questo . Ma faccio sempre il mio lavoro fino in fondo e l’allenatore deciderà”.

Una scheda del calciatore

Infatti Arrigo Dolso si gioca il posto partendo dalle retrovie. Nell’amichevole con la Reggiana si rivela quel regista offensivo che la Lazio aspettava. Entra con la squadra sotto, ma è dovunque, segna e la Lazio rimonta . Poi colpo di tacco per Sassaroli, che centra per Morrone: 4-3. Quattro giorni dopo Mannocci lo lancia dal primo minuto in Coppa Italia contro il Catania. “Con Dolso in campo la squadra ha girato molto meglio”. E’ il suo momento e c’è il derby , Roma-Lazio. Anche se è solo Coppa dell’Amicizia.

Dolso nel 1966 con la maglia dell’Udinese

Sono le 17.30 dell’11 settembre . Stadio Olimpico, sono in cinquantamila. E’ la Roma di Losi, Peirò e Barison. Su Arrigo Dolso il buon Oronzo Pugliese mette Spanio, che va in bambola. Perché il giovane numero 10 della Lazio esibisce il piede fatato , la visione di gioco , i lanci al goniometro. Scontato anche l’accostamento a Mario Corso per l’assonanza nel gesto, che oscura anche quella nel cognome: “Il mio modello è proprio Mariolino Corso. E porto i calzettoni abbassati come lui”.

Con il presidente della Lazio Umberto Lenzini

Rigore di Rino Marchesi e alla fine il sindaco Petrucci consegna la Coppa alla Lazio. Il mattatore del pre-campionato è Arrigo Dolso. E la curva canta : “Sei mejo de Corso”.

Ha sempre quell’aria furba e un po’ annoiata. Il figlio di un operaio scopre Roma a vent’anni. E poi è difficile non essere buongustai se si è cresciuti a San Daniele del Friuli, la patria del prosciutto. “La sera non riuscivo a stare a casa. Andavo al Piper, abitavo anche vicino . Ero innamorato della vita e per me la vita è sempre stato pallone, musica e donne. Sono cresciuto insieme a Patty Pravo e Rocky Roberts. E se non era il Piper, andavo in via Veneto: era la mia seconda casa. E se non ero in via Veneto, andavo ai concerti: mi piacevano Beatles, Bee Gees, Mina, Celentano”.

Alla prima di campionato è coinvolto nella catastrofe di Firenze: 5-1. Viene bollato come troppo immaturo per il ruolo di regista. Si parla già di cessione in serie B alla riapertura delle liste. Viene dirottato nella squadra De Martino, ma in serie A i compagni balbettano. Mannocci lo richiama anche perché c’è il derby e manca un uomo in mezzo. Stavolta vale per il campionato. Gli cambiano la marcatura. Si appiccica addosso il giovane mediano Nevio Scala , ma non serve. Perchè Arrigo Dolso quel giorno è abulico, quasi assente. La Lazio perde e lui torna alla De Martino. La critica colpisce duro: “efebico”, “lento” e “fantasma”. Sarebbe stato peggio solo se l’avessero definito “brocco”. Quella rima con Mario Corso adesso è solo uno scherzo. Eppure lui non risponde . E poi non parlerà mai male di nessuno. Il 7 novembre Mannocci fa le valigie, c’è Maino Neri. 

Un’altra sua specialità sono i calci piazzati: “Provavo in allenamento con Bartu. Tra i pali c’era Cei. Dissi a Neri: gli faccio gol sul suo palo. E Neri mi risponde: ‘se lo fai, domenica giochi’ “.

Ed eccolo di nuovo in campo all’Olimpico: c’è il Bologna. Dopo soli due minuti, Dolso scende a sinistra e scambia stretto con Bagatti: interviene sbilenco Fogli, che la regala allo stesso Dolso e sinistro contro il palo. Sulla respinta può appoggiare comodo. E’ il suo primo gol in serie A . Per mezz’ora imperversa, assist scoperchianti. Traiettorie che sembrano modellate sul corpo di una donna. E tende a strafare . Quando esaurisce la limitata autonomia, non cerca nemmeno di mantenere uno standard accettabile. Se ne sta in disparte con una mano sulla milza. E poi si sa : gli allenatori possono pretendere da lui tutto, tranne che corra dietro a un avversario.

LETTERE

Dopo il caffè, una Marlboro . Per il resto della giornata solo Muratti. “In sede mi arrivano centinaia di lettere e io rispondo a tutte le ragazze , fissando un appuntamento” . Salta anche il derby di ritorno, mentre la Lazio è due punti sopra la linea di galleggiamento. Fino alla quaterna subita a Ferrara, che rinchiude definitivamente la squadra in piena bagarre retrocessione. Lui gioca solo due partite di Mitropa che non interessano a nessuno. E quella col Venezia, con vista sul baratro. Anche se quel giorno parte ancora forte e dopo otto minuti conquista un rigore: Bagatti lo sbaglia.

Con Mister Dino Ballacci. L’ultima promozione in B dell’Alessandria, campionato 1973-’74.

La consolazione è la chiamata per lo stage della Nazionale Under ’23: ci sono Fabio Capello della Spal e Bedin dell’Inter, Zigoni della Juve e Bob Vieri della Sampdoria. Con Morrone squalificato , gli tocca rientrare per il match-salvezza di Vicenza, numero 9 sulle spalle. Sembra sempre alienarsi in una partita tutta sua e in quel contesto diventa sconcertante. L’elemento quasi improbabile di una squadra che si batte disperatamente per la salvezza. Si desta dal torpore per lanciare D’Amato a tu per tu col portiere. Tiro alle stelle e altro pareggio: retrocessione.

L’ingresso del Piper di Roma

Al raduno di Tor di Quinto per la stagione successiva non c’è. “Ho fatto il militare con Zoff e Gigi Riva. Nelle partite in caserma, Riva non voleva stare mai in squadra con me. ‘Sei un fenomeno, ma non passi il pallone’ “. Alla Lazio il nuovo tecnico Renato Gei fa molto affidamento su di lui. “Arrivai in ritiro con qualche giorno di ritardo. A cena i compagni di squadra mi dissero: ‘Stasera Arrigo si va al cinema’. Mi portarono all’ultimo piano dell’albergo. Salimmo sul tetto e ci mettemmo a sbirciare le finestre del palazzo di fronte. C’erano delle ragazze. Mezz’ora dopo sentimmo un bisbiglio. Era il portiere dell’albergo che ci chiamava. Gli inquilini del palazzo di fronte avevano chiamato i carabinieri. Ci portarono nella hall e mister Gei mi disse ‘sei appena arrivato e già combini casini’.

F

In allenamento

Non gioca quasi mai. Il 10 marzo 1968 al Flaminio viene espulso per fallo di reazione. La Lazio chiude in nove (cacciato anche Adorni) e perde col Livorno. Finisce fuori rosa per un mese. Una sera è a cena dalle parti di via Condotti con Pagni, Mari e Morrone. All’uscita del ristorante, si avvicina una macchina con quattro ragazzini. Rallenta . Un paio tirano la testa fuori e li insultano. La macchina poi si blocca, perché anche Dolso e compagni ne hanno voglia . Ma la querelle si chiude subito: Morrone ha un gancio destro più preciso del piede. Quando la Lazio torna in A, Arrigo Dolso è confinato nella De Martino. Viene inserito nel pacchetto di calciatori offerto al Brescia per avere Cuccureddu . Va invece al Monza di Gigi Radice e sfiora la promozione. Poi torna alla Lazio.

Qualcosa forse è cambiato. “Ho messo la testa a partito. L’anno scorso nel Monza ho fatto faville, ho acquistato sicurezza e temperamento. Sono convinto di riuscire a sfondare”. C’è il ritiro: “due settimane a correre per i boschi. Forse per questo odio correre. Non ci fanno mai toccare il pallone. Io protesto ‘quand’è che ci date l’oggetto misterioso?’ ”. Batte il record di sostituzioni perché non ha i novanta minuti nelle gambe. Chissà se li ha mai avuti. “Indossavo camicie a fiori d’estate e camicie a coste di velluto d’inverno. Quando arrivavo agli allenamenti, l’allenatore argentino Lorenzo mi chiedeva: ‘ Stanotte in che complesso hai suonato ? ’ Una volta mi addormentai durante una lezione di tattica “. Lo sveglia uno schiaffone.

“Per me il calcio era arte. Come quel gol che rifilai al Torino: dribblai due avversari e tirai da trenta metri. Castellini neppure vide il pallone”. Un missile a pelo d’erba di esterno sinistro, di quelli carichi d’effetto . E’ l’11 ottobre 1970. Quel giorno dovrebbe marcarlo Poletti,ma arranca e lo colpisce più volte. L’ultima con un calcione a palla lontana. Cartellino rosso per il terzino. Ma nella memoria di tutti è scolpito soprattutto quel derby , tre giorni dopo il suo compleanno. Chinaglia guadagna il fondo e centra, lui stacca di testa : è una palla lenta e impossibile, che si ferma nell’angolino. Si spettina nell’abbraccio con Massa. Poco dopo, ancora lui con un gioco di prestigio e splendida girata. Talmente splendida che vien fuori centrale. E’ cambiato davvero: torna a coprire ed evita un gol di Scaratti. La Lazio tiene però una media-retrocessione e lui lo spiega così: “Perché giochiamo troppo bene al calcio. C’è da avere un po’ di pazienza e tutto si aggiusterà”. Chiudono penultimi.

L’Alessandria che disputò il suo ultimo campionato di serie B, nella stagione 1974-’75. In piedi, da sinistra: Pozzani, Mazzia, Di Brino, Franceschelli, Maldera II, Colombo. Accosciati: Barbiero, Dolso, Manueli, Vanara e Baisi

C’è chi gioca a calcio per vivere. Lui vive per giocare a calcio. E sceglie il modo migliore per salutare l’Olimpico. Prestazione splendida con gol : Lazio Novara è 5-2. Non si sa dove abbia passato la notte dell’11 novembre 1971, quella in cui viene ceduto al Varese: è un prestito, ma alla Lazio non torna più. Appena arrivato, gioca stupendamente nel fango contro il Verona. Uno dei pochi momenti da salvare di quell’annata. Niente a confronto con Marisa e la nascita di Talitha, che in aramaico vuol dire “Fanciulla”.

ISOLA

“C’è chi è felice perché ha i soldi e chi è felice perché non li ha. La felicità si trova in famiglia oppure per strada”. Subito i tifosi del Varese gli giurano amore eterno. Il 6 febbraio c’è Varese-Bologna e tentano l’invasione di campo. Vengono fermati dai carabinieri. Ce l’hanno con l’allenatore e il motivo è la sostituzione di Arrigo Dolso, migliore in campo, con Mascheroni. Rimbalza dappertutto la foto di quello striscione dalla fantasia euclidea:Rivera+Corso=Dolso. Scende in serie C: “Ad Alessandria ho scoperto la pittura. Ho comprato la tavolozza , i colori e ho cominciato a dipingere. Mi piace in particolare il naif. Se devo finire uno schizzo, faccio tardi agli allenamenti. Oppure telefono e dico che non mi sento tanto bene. Ma ormai mi sono calmato”. Quel numero 11 addosso per dissimulare la libertà d’azione che gli concede mister Ballacci. Il 13 gennaio 1974 c’è scontro diretto per la promozione, Alessandria-Monza: Arrigo Dolso regala ancora sprazzi di football guantato. Poi le stoccate per due vittorie in trasferta. Eppure dicevano che fuori casa rendesse meno. Il presidente Sacco lo coccola: “Ti pagherei solo per vederti palleggiare nel mio giardino”. L’Alessandria torna in serie B.

La gioia dopo il gol segnato nel derby del 15 novembre 1970, tre giorni dopo aver festeggiato il suo 24° compleanno

“Non ho fatto una grande carriera solo per colpa mia. Potevo fare grandi cose , ma si vive solo una volta e ho cercato di vivere a modo mio”. A Ferrara prende una traversa dopo otto minuti. Passa mezz’ora e rischia la veronica al limite dell’area. La palla scompare , la cercano in due: lui è già passato e mette in mezzo per il gol di Dalle Vedove.

E’ cambiato. Infatti a Como trova un terzino che spinge molto e si chiama Marco Tardelli : Arrigo Dolso non si sottrae , lo segue fino alla sua area. E non molla, si fa ammonire. Riesce però a dare la palla a Manueli per il blitz e l’Alessandria passa. Un’illusione. Manca anche la fortuna. Quel derby tanto atteso col Novara toglie punti pesanti. E lui doveva essere decisivo. Asciugamano intorno al collo , la testa che ciondola: “Sentivo molto la partita, l’entusiasmo dei tifosi mi ha contagiato”.

Nel Grosseto

Un giorno sale di corsa in macchina e parte per il Friuli. Non riesce a mettersi in contatto con sua mamma: lì c’è stato il terremoto. Si tranquillizza , la trova in un centro profughi. E torna subito alla sua squadra. Rimane ad Alessandria, ma è nervoso : entrataccia inutile a Treviso, si accomoda fuori. Poi dà spettacolo anche davanti agli ottocento paganti del Moccagatta. E’ arrivato il momento di cambiare aria, di girare in lungo e in largo. E poi di smettere.

Non lo ammette, ma ha sofferto le pressioni di quel mondo. E adesso deve dimenticare. Se ne va a vivere all’isola d’Elba: “Avevo bisogno di un’isola, di un rifugio. Ho sempre sognato di vivere in un’isola . Il mare c’entra poco. A malapena mi tengo a galla”. Apre anche un bar.

“Vorrei insegnare calcio ai bambini. E quando finirà la passione, smetterò “. Allena i ragazzi dell’Audace, campionato di Promozione toscana. Non riesce a smettere, è allenatore-giocatore. E ripete, quasi per rassicurare: “Mi sono calmato. Quand’ero più giovane, ero più taciturno, ma anche più vivace”.

Un’intervista di Arrigo quando era allenatore del Grosseto

Poi lo chiama il Grosseto, è l’Interregionale. “Non me l’ aspettavo. Comporta dei sacrifici. Avevo deciso di allenare e vivere tranquillamente all’Elba. Ma riesco a mettere in pratica le mie idee ed è una vita che mi piace. Per il momento ho una voglia matta di far vedere quello che valgo“.

Non gli piace invece parlare coi giornalisti. “Ai miei ragazzi dico sempre di studiare, perché se aspettano di mangiare con il calcio, moriranno di fame. Rispetto ai miei tempi hanno meno forza di volontà e meno voglia. Io ero un donnaiolo. La sera andavo al night, ma mi sono preso anche tante pedate nel culo. Ho sempre cercato un rapporto di amicizia con i ragazzi: ci vuole dialogo e sincerità. E se dovessi incontrare uno dei miei calciatori che nel frattempo è riuscito a salire di categoria, voglio che mi saluti ricordando il passato. Ecco la felicità. Stamattina mi sono alzato alle sei. Ho preso l’aliscafo per venire allo stadio. Ero assonnato, ma felice di fare l’allenamento con la squadra, anche se ci siamo bagnati. In campo con il sole, il freddo e la pioggia”.

Può dispensare lezioni di tecnica . Tatticamente dice di ispirarsi a Lorenzo: marcatura a uomo e contropiede. Pretende grande dedizione e se la ride : “Nella vita si cambia”. Una sera c’è Lazio-Inter all’Olimpico, posticipo. Paolo Bonolis gira per la tribuna con microfono e cameraman. A un certo punto si ferma : sui maxischermi dello stadio compare la faccia di Arrigo Dolso, la stessa di quel derby di trent’anni fa. Lo riconoscono subito tutti: standing ovation.

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it

Si ringraziano LazioWiki e Museogrigio