Il campione venuto dal dolore andò incontro al suo destino sbagliato dopo una finta sulla fascia e un tunnel a un mestierante sconosciuto, il terzino Pedroni Alessandro di Orzinuovi. Due ore dopo la diagnosi era: lacerazione al tendine rotuleo del ginocchio destro. 

La Reggiana in campo il 21 novembre 1993 con la Cremonese. In piedi da sinistra: Taffarel, Sgarbossa, Zanutta, Parlato, Futre, Accardi. Accosciati: Padovano, Morello, Mateut, Scienza, De Agostini.

Futre con la maglia del Portogallo.

Era la sua prima volta in Italia, era la sua prima partita con la maglia della Reggiana, aveva appena segnato un gol alla Cremonese, i tifosi del Mirabello erano in estasi. Poi l’infortunio. Era domenica 21 novembre 1993. Restò fuori un anno, saltò tutto il campionato.

Nell’ Atlético Madrid.

Nelle foto che apparvero sui quotidiani il giorno dopo, Paulo Futre era steso sul letto d’ospedale in una clinica di Verona, aveva un mezzo sorriso malinconico che i portoghesi si portano addosso come una condanna, la mano destra a stringere quella della moglie Isabel. La moglie non fissava l’obiettivo dei fotografi, guardava invece altrove con uno sguardo spento: aveva già capito tutto. Subito dopo l’operazione Futre disse poche cose.

 

Paulo Futre su Playboy insieme a tre modelle.

“La colpa non è di Pedrotti”. Sbagliò nome, indovinò il bel gesto. “Non si deve scusare, la colpa non è sua: sono caduto male io.” Il chirurgo azzardò: “Due mesi e torna in campo”.

Nel Marsiglia.

Prima di addormentarsi nel sonno senza sogni del dopo anestesia, Futre osò: “Tornerò più forte di prima”, disse sistemandosi il cuscino sotto i capelli e le speranze. Il giorno dell’infortunio aveva ventisette anni, la Reggiana l’aveva preso per quattro miliardi dall’Olympique Marsiglia, nel 1987 aveva vinto il Pallone d’argento come secondo miglior giocatore europeo.

A Reggio Emilia, confronto con Roberto Baggio.

La sua carriera finì quel giorno, e poi un po’ alla volta per tutti i giorni che seguirono. Girò molte squadre, si operò più volte, smise di giocare e tornò in campo per l’ennesimo rientro almeno una decina di volte, e tutte le volte il ginocchio destro gli diceva che no, non era ancora ora.

Poi un giorno qualsiasi Isabel gli carezzò il ginocchio, non disse niente e guardò lontano, come quella volta in clinica dopo l’operazione: fu solo allora che il campione venuto dal dolore capì che non era sbagliato il destino, era sbagliato il modo di affrontarlo in dribbling.

Furio Zara