Nel 1920, quando in Italia si registrarono una serie di lotte operaie e contadine che si conclusero nel settembre, con l’occupazione delle fabbriche, anche Viareggio ebbe un ruolo importante con il drammatico episodio della “giornate rosse”.

Quel 2 maggio 1920. In questo contesto incandescente il 2 maggio, lo Sporting Club Viareggio ospitò, sul campo di Villa Rigutti, che sorgeva nel perimetro fra le vie Fratti, Puccini, De Amicis e Raffaelli, l’Unione Sportiva Lucchese. La partita, che aveva tutte le premesse per essere “a rischio” per i precedenti della gara di andata, giocata l’11 aprile, a Lucca, dove ai tifosi viareggini fu riservata un’accoglienza ostile e violenta tanto che la tifoseria bianconera aveva promesso di rendere la pariglia in occasione del match di ritorno. Questo clima preoccupò il Comitato regionale toscano di calcio, che invitò i supporters lucchesi a non accompagnare la squadra a Viareggio, per evitare scontri. Gli incidenti che si verificarono al termine della partita di calcio, furono la scintilla di una spontanea e violenta rivolta popolare contro le istituzioni, rimasta nella storia e non solo locale, come “le giornate rosse”, raccontate da scrittori come Mario Tobino e Leone Sbrana. La Rai si interessò dell’episodio nella trasmissione televisiva “Almanacco”, trasmessa il 19 giugno 1968, alla quale parteciparono Leonessa Summonti, sorella di Gaspero e Pertinace, ritenuti tra i responsabili della rivolta e poi assolti, Gino Guidi e Giuseppe Giorgetti, testimoni dei fatti, Paolo Guidi, Elisio Barsanti e Sem De Ranieri, rispettivamente portiere, “cannoniere” e presidente dello Sportin Viareggio, e lo scrittore Mario Tobino. Infine, una dettagliata ricostruzione è stata pubblicata nel volumetto “Le giornate rosse”, curato dal Centro Documentario Storico.

L’uccisione di Augusto Morganti. Questi, in sintesi, i fatti: il 2 maggio, allora era domenica, lo Sporting Club Viareggio sfidò sul campo di Villa Rigutti l’Unione Sportiva Lucchese. La partita, anche se era stata considerata “a rischio”, fu diretta dall’arbitro lucchese Rossini e il guardalinee fu il viareggino Augusto Morganti, ex ufficiale di complemento in congedo. Il primo tempo si chiuse con la formazione locale in vantaggio di due reti, poi nella ripresa la Lucchese riuscì a pareggiare. A tempo non ancora scaduto e mentre la Lucchese subiva il gioco dei viareggini, l’arbitro fischiò la fine della gara. Questa decisione non piacque al Morganti che protestò energicamente, mentre nel campo i giocatori delle due squadre vennero alle mani. Lo spettacolo infiammò il pubblico, e circa quattrocento spettatori si riversarono nel rettangolo di gioco dando origine ad una violenta rissa. Per ristabilire l’ordine intervennero il commissario di pubblica sicurezza dottor Martorelli, con alcuni agenti, ed il tenente dei carabinieri Dogliotti, con sette militari, che riuscirono a fatica a portare all’interno dello spogliatoio del campo sportivo i giocatori della Lucchese con il loro esiguo seguito, trattenendo all’esterno la folla infuriata. Saputo dell’accaduto, intervenne anche il maresciallo Taddei con i sette militari rimasti nella caserma di via Regia. All’arrivo dei carabinieri, la folla indietreggiò, urlando nuove minacce nei confronti dell’arbitro, dei giocatori della Lucchese e della forza pubblica. Poi, quando sembrava scongiurato il pericolo di uno scontro, successe il dramma. Un colpo esploso dalla rivoltella del carabiniere Natale De Carli raggiunse al volto, a bruciapelo, Augusto Morganti, ferendolo mortalmente.

Il Viareggio nel 1920

Alla notizia, una moltitudine di uomini e donne prese d’assedio la caserma dei carabinieri reclamando la consegna di chi aveva fatto fuoco.La rivolta popolare. Il tentativo di giustizia sommaria fu sventato dai carabinieri, cosa che esasperò i tumultuanti che si posero alla ricerca di armi e divisi in gruppi si recarono nei locali del tiro a segno, dove s’impadronirono dei fucili, poi irruppero nella caserma del 32° Artiglieria, adiacente alla Torre Matilde, disarmando i militari senza trovare resistenza. Poi, mentre veniva nuovamente presa d’assalto la caserma dei carabinieri, popolani armati, dopo aver percorso le strade cittadine imponendo la chiusura dei pubblici esercizi e interrompendo la circolazione dei tram, occuparono la stazione ferroviaria bloccando il transito dei treni e sbarrarono le principali vie d’accesso con improvvisate barricate per impedire l’ingresso delle truppe, che sarebbero state inviate di lì a poco per ristabilire l’ordine. Gino Sartori, il commissario regio che amministrava il Comune di Viareggio, appena seppe del tragico epilogo e di come era degenerata la situazione, informò il Prefetto di Lucca che dispose l’invio di un contingente di militari e richiese consistenti rinforzi al Ministero dell’Interno.
Nel frattempo i rappresentanti della Camera del Lavoro, dopo aver dichiarato lo sciopero generale ad oltranza, presero in mano le redini della rivolta ed iniziarono, con la mediazione dell’onorevole Luigi Salvatori, una difficile trattativa con le autorità politiche e militari per il ritorno alla normalità senza conseguenze per chi aveva partecipato ai disordini.

La cronaca dell’epoca


L’eco di quanto stava accadendo a Viareggio giunse a Roma in modo frammentato, in ritardo rispetto all’evolversi degli eventi, con informazioni non sufficienti a fornire la reale entità degli avvenimenti in corso. La preoccupazione del Governo fu subito grande, tanto da richiedere al Prefetto e alle autorità militari un’azione di “vigore e di fermezza”, ipotizzando anche che dietro i fatti di Viareggio potesse esservi una regia occulta di origine straniera. Il comportamento del Prefetto che scelse la via del dialogo con i rappresentanti dei “rivoltosi” fu valutato negativamente tanto che con un telegramma di poche righe Francesco Nitti, Presidente del Consiglio, lo sospese dall’incarico e passò tutti i poteri al generale Nobili con l’ordine di ristabilire immediatamente l’ordine e la legalità. Per tre giorni, dal 2 al 4 maggio, Viareggio fu isolata dal resto del territorio, e mentre sul palazzo del Municipio sventolava il nero vessillo dell’anarchia, improvvisate “guardie rosse” si opponevano dietro precarie barricate allo Stato che, mobilitati esercito e marina, cingeva in assedio la città dispiegando ingenti mezzi, ma anche dimostrando incertezze decisionali ed incapacità d’azione.

Un’antica formazione del Viareggio

Il ritorno all’’ordine. Poi, dopo i funerali di Augusto Morganti, che si svolsero alle ore 16 del 4 maggio, la rivolta come concertato si placò. I molti anarchici, che erano confluiti a Viareggio, abbandonarono la città che fu occupata militarmente nel timore di nuovi disordini. Sempre per precauzione, il Prefetto vietò «cortei pubblici, comizi, assembramenti e la libera circolazione agli automezzi», provvedimenti che rimasero in vigore fino alla fine di giugno, con grave danno per la stagione balneare.
Nei giorni successivi le forze dell’ordine furono impegnate nella ricerca delle armi che i “rivoltosi” avevano tolto ai militari, perquisendo abitazioni e scandagliando i fondali delle darsene e del canale, ma degli oltre 100 fucili “razziati” ne furono recuperati solo 23. Inoltre, tra l’8 e il 12 maggio furono denunciati con gravi imputazioni (tentato omicidio, resistenza e violenza, formazione di banda armata) quelli ritenuti i “maggiori responsabili” della sommossa: Raffaello Fruzza, Alfredo Santarlasci, Cesare Corrieri, Guido Patalani, Maria Anna Genovali, Rosa Bertellidetta “Beghera”,Guerrino Fancelli, Uliano Albiani, Lelio Antinori, Gaspero e Pertinace Summonti, Alessandro Bandoni, Alfeo Pelliccia, Gino Gerard, Giuseppe Di Ciolo, Giulio Simonini, Margherita Pivot, Michele Orlando e Romeo Biagini.
Nel corso dei vari gradi di giudizio le responsabilità penali dei vari imputati, quasi tutti semplici popolani, furono notevolmente ridimensionate. Nello stesso tempo furono avviati provvedimenti nei confronti dei rappresentanti delle forze dell’ordine colpevoli di non aver “mantenuto alto il prestigio dello Stato”. Alcuni generali furono esonerati dal comando, diversi ufficiali sospesi dal servizio e numerosi soldati denunciati al tribunale militare.
Per finire, il 13 ottobre 1920, il carabiniere Natale De Carli subì il processo presso il Tribunale Militare di Firenze dove fu assolto per “avere agito per legittima difesa”, anche se nel rapporto dei fatti l’Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza Gaudino, aveva scritto: “Trattasi di episodio isolato senza conflitto fra popolazione e carabinieri e rimane esclusa provocazione e legittima difesa”.

Paolo Fornaciari