Il suo libro si intitola “Cobra, vita di un centravanti” e racconta della sua vita calcistica, con i suoi centoquarantatré gol in giro per mezza Italia, e della sua vita privata, con il grande dolore della moglie prematuramente scomparsa. L’autobiografia di Sandro Tovalieri è un mix di calcio e amore, di valori e sentimenti, scritta con Susanna Marcellino. Il libro ha l’introduzione di Bruno Conti, storica bandiera della Roma, che descrive Tovalieri come “intelligente in area di rigore, furbo nel girarsi al volo e trovare lo specchio della porta, bravo nel calciare, esuberante, anche incazzoso se i compagni non gli passano la palla. Era lì sempre in agguato. Doti che hanno solo i bomber di razza. E il Cobra, lo era”.

 

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Campionato 1985-’86, Tovalieri nella Roma contro la Fiorentina. Si riconoscono anche Pruzzo e l’ex grigio Renzo Contratto.

 

È la storia della straordinaria carriera di un attaccante che ha fatto impazzire di gioia città come Pescara, Arezzo, Avellino, Ancona, Bari, Bergamo, Reggio Emilia, Cagliari, Genova, Perugia e Terni. Cresciuto nella Roma, il Cobra non è riuscito ad affermarsi nella squadra capitolina, dove sarebbe tornato a fine carriera per un ruolo da allenatore nelle giovanili giallorosse, ma ha infiammato intere tifoserie. Su tutte Bari, è con Igor Protti l’idolo senza tempo del capoluogo pugliese. Ancora oggi, quando torna in Puglia, il Cobra manda in tilt l’intera città. Una passione, quella per i Galletti, suggellata da tre tornei da incorniciare, iniziati con un gol d’autore nel derby con il Taranto nel 1992.

 

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Con la maglia del Bari.

 

“In questo libro racconto la mia vita a 360 gradi vittorie e sconfitte. – dice Tovalieri – È una storia di amore e di calcio. Un romanzo calcistico con pagine emozionanti e che comincia con la più bella storia d’amore: quella tra un ragazzo ed un pallone. Storie e battaglie vinte e perse, ma sempre giocate con il cuore, fino all’ultimo minuto di recupero”. Ma Tovalieri era un giocatore sempre con la valigia in mano, etichettato dalle “big” come giocatore medio, quando invece era un vero e proprio bomber: “Mi fossi chiamato Tovalierich – dice il Cobra – avrei militato in squadre più importanti. Purtroppo ho sempre avuto l’etichetta di giocatore di serie B”.

 

 

Ma quella del Cobra è anche una storia di dolori indelebili, come quello per la scomparsa prematura della moglie Laura: “Quel giorno mi sentivo perduto, confuso. Era il 31 luglio 2007, una calda mattina d’estate, quando la donna che avevo scelto come compagna, amante, sposa, confidente, mamma dei miei figli, mi lasciò solo. Aveva 41 anni e tutta una vita davanti. Tre anni di lotte, che all’inizio sembrava facile vincere, per poi piano piano, giorno dopo giorno, accorgersi che alcune battaglie potevamo vincerle ma la guerra ci avrebbe purtroppo sconfitto”.

TovalieriarezzoQuella di “Cobra” è la storia di un ragazzo ormai quasi cinquantunenne che ha trovato la gloria, è caduto, ha provato dolori inimmaginabili ma ha sempre rialzato la testa. Ora è preso dalla voglia di insegnare i veri valori sportivi e umani a ragazzini che pendono dalle sue labbra e vorrebbero ripeterne le gesta. Ma è anche quell’idolo indiscusso di tifoserie che non lo dimenticano.

Se si chiede a un qualsiasi appassionato di calcio italiano degli anni Novanta cosa rappresentava il Bari non avrebbe avuto esitazioni a rispondere: “Il Bari? La squadra del trenino”. Un’esultanza simpatica e contagiosa, simbolo di un gruppo che strappò applausi nel campionato di serie A 1994-’95. I biancorossi, tornati in A dopo due anni di purgatorio, ottennero un discreto dodicesimo posto in classifica, togliendosi lo sfizio di andare a vincere lontano dal San Nicola per ben sei volte. Numeri che raramente si sono visti nella storia del club pugliese. Vittorie importanti, ottenute contro avversari di prestigio come Lazio, Milan e Inter. Fu proprio in casa dei nerazzurri, il 16 ottobre, che nacque il trenino.