Osmar Santos, radiocronista ventinovenne, lo avvicinò all’ingresso del prato dello stadio Cicero Pompeu de Toledo, meglio conosciuto come Morumbi, città di San Paolo, e gli soffiò dall’alto della sua già importante fama: «Allora, se segni hai in mente qualcosa di speciale?». Lo sgusciante Jorge dos Santos Filho, allora diciannovenne attaccante del Santos, già orgoglioso di portare il nomignolo di Juary, rispose sicuro: «Qualcosa mi inventerò, sì».Nel-Santos In verità non ci aveva pensato, ma non poteva deluderlo, Osmar, che negli anni sarebbe diventato uno dei cronisti più fantasiosi e apprezzati del Brasile, autore tra i primissimi dell’urlo “gooooooooool” con tutte le “o” possibili, rinomato creatore di neologismi calcistici e di nomignoli, tra cui quello fulminante di O Animal, regalato a Edmundo, e mai soprannome fu più azzeccato. s-l225E dunque per non deluderlo, Juary fece di meglio: di fronte al Morumbi pieno, anno di grazia 1978, derby Santos-San Paolo, realizzò tre reti per il 3-1 finale, «e alla prima per la felicità corsi alla bandierina più vicina e ci girai attorno per tre volte. La gente impazzì, e così feci al secondo gol, e al terzo, sempre a una bandierina diversa. Mi mancò la quarta, ecco: mi fermai a tre. Nemmeno in Brasile erano abituati a quelle feste».

 

Quando due anni dopo arrivò in Italia con quell’esultanza nel bagaglio, ad Avellino fu amore immediato: «Segnai subito, al Catania in Coppa Italia: era la mia seconda partita. Una gioia immensa, ebbi la fortuna di farmi apprezzare subito», e la sua festa diventò inevitabilmente il suo marchio di fabbrica.

Santos«Io ero ormai convinto che il mio mondo fosse ad Avellino. Quando vi arrivai, nel 1980, non sapevo nemmeno che esistesse né dove fosse. Era stato Sergio Clerici a cercarmi e indicarmi a Luis Vinicio: io ero in Messico, al Guadalajara, mi ritrovai in Irpinia. Mi sono trovato così bene che ho sempre pensato che non mi sarei più mosso». Ad Avellino ha inaugurato una scuola calcio, un progetto chiamato Seleçao Football Club, l’intenzione era di portare in Italia dei giovani calciatori dal Brasile, «ora che sono andato via la scuola c’è ancora, il progetto invece l’ho dovuto rinviare».

Juary_esultanza_bandierina«Non credevo di essere così popolare. Invece, ovunque vada, vengono a festeggiarmi, a chiedermi foto e autografi, incredibile». Merito suo, della sua simpatia, del ricordo della sua esultanza che allora fece epoca. Merito anche di una carriera che dopo l’Italia – Avellino, Inter, Ascoli e Cremonese – gli regalò perle rare. Juary_2aTra queste soprattutto la Coppa dei Campioni conquistata con il Porto nel 1987 nella finalissima del Prater contro il Bayern, vinta in rimonta grazie a un suo gol seguito al famosissimo tacco vincente di Rabah Madjer, quello che la storia tramandò come il Tacco di Allah, risposta puntuale alla Mano de Dios dell’anno precedente. «Mi rimane il rimpianto dell’avventura all’Inter. Mi feci male al ginocchio, ma in buona sostanza non fui all’altezza. Non ero pronto al salto, tutto qui: avrei dovuto rimanere un altro anno ad Avellino».

JuaryJuary nella Cremonese.

 

Sono passati ormai tanti anni dal suo sbarco in Italia, e non si può dire che non abbia apprezzato il suo Paese adottivo, in cui ha inciso un disco – “Sarà così “, è stato soggetto di un libro – “Balla Juary” – , è apprezzato opinionista tv, in attesa di capire se il lavoro da allenatore avrà un seguito più importante del Sestri, con tutto il rispetto.

Juary-3a

L’indimenticabile gol al Bayern Monaco, che consegnò al Porto la Coppa dei Campioni.

 

 

 

«Se mi chiamassero ad allenare in categorie più importanti? Beh, io sarei pronto. Se Dio vuole». Dispiace solo che Osmar Santos non possa più intervistarlo come quel giorno al Morumbi: il radiocronista brasiliano ha avuto un terribile incidente d’auto nel 1984, ha perso la voce e articola non più di un centinaio di parole.

Mario Bocchio